Nave Ospedale ELPIS-Coste africane e Madagascar

Aggiornato il: apr 7

Dalla forte passione di una onlus siciliana, nasce l'idea di una Nave Ospedale destinata alle popolazioni che popolano le coste africane. Il periplo del continente è stato effettuato dal 2017 al 2019, toccando diverse nazioni, ed in ciascun porto sono state erogate prestazioni sanitarie completamente gratuite. Gambia, Ghana, Sao Tomè, Angola... in ogni porto dove ci si poteva fermare sono state distribuite cure, medicine, sono stati eseguiti trattamenti. Noi come SMOModv ci siamo occupati e ci occupiamo della parte odontoiatrica ed è un onore partecipare ad un progetto così affascinante. La nave nell'estate del 2019 è arrivata in Madagascar dove si ritiene possa rimanere operativa presumibilmente fino al 2022, servendo il nord ovest delle coste della Grand Terre. Queste coste, di fatto così frastagliate e prive di accesso via terra, sono proprio la molla da cui è scaturita l'idea di una Nave Ospedale. Infatti è da oltre 20 anni che gli stessi medici sono in collaborazione con gli ospedali del Madagascar, ma non possono essere raggiunti dalle popolazioni delle coste del nord-ovest per via delle difficoltà logistiche. La Nave Ospedale è la risposta a questa necessità.

La vita a bordo scorre tra lavoro e vita quotidiana, bisogna cucinare, pulire ed essere medici. Un'esperienza unica, indelebile su cui riflettere e buttarsi anima e corpo.

Mario Rosati



Obiettivo Generale

Migliorare la qualità della vita della comunità costiera malgascia più isolata.


Attori Progetto

ELPIS nave ospedale onlus e Smom odv


Obiettivi Specifici

  • Allestire un ambulatorio odontoiatrico all’interno della nave ELPIS.

  • Inviare materiale e volontari specialisti.

  • Aumentare le strutture strumentali disponibili, le competenze, i protocolli operativi e l’accessibilità dei pazienti a cure adeguate.



Beneficiari

La popolazione delle coste malgasce e le popolazioni dei paesi d’attracco della nave.


Analisi del Bisogno

Il sistema sanitario pubblico e privato malgascio non consente un’assistenza sanitaria adeguata alla popolazione che quindi, fra le varie necessità sanitarie, presenta un’alta prevalenza di patologia orale. Le difficoltà logistiche per gli spostamenti e le difficoltà economiche della popolazione rendono le cure mediche, e quindi anche odontoiatriche, difficili e a volte impossibili. La scarsa urbanizzazione e le carenti reti viarie rendono gli spostamenti via terra spesso impraticabili. Raggiungere certe zone diventa possibile solo per via aerea dove esistono aeroporti o via mare.

DIARIO DI VIAGGIO

9agosto. Ore 10:45. Il salto nel "vuoto" è stato fatto, non resta che ritoccare terra sulla linea dell’equatore, nella piccola Sao Tomè. Iniziano a diventare reali le preoccupazioni che, da qualche mese a questa parte, erano rimaste buone in disparte in un angolino della mia testa. Ora, come se qualcuno gli avesse dato vita, le sento venir fuori insistenti ma, inaspettatamente, anche le più grandi paure sembrano avere il sorriso.

L'aereo inizia la discesa, attacco il viso all'oblò come se già dall'alto potessi farmi un'idea di cosa ci aspetta; come se il colore della terra, il numero di case o il tipo di auto potesse darmi un indizio.

È fatta, i miei piedi toccano terra, il salto non è più nel vuoto ma ha un nome, mille colori, profumi, voci e sorrisi che mi investono non appena varchiamo l'uscita dell'aeroporto.

Ad accoglierci c'è Tiziano, nostro referente sul posto. Presentazioni veloci, due tre indicazioni utili e ci affida ad un suo autista che con guida esperta nel "salto della buca" ci accompagna alla nave. I paesaggi che scorrono dal finestrino, a causa del buio, riesco a vederli in parte. Il mare è lì ma devo immaginarne il colore. Dopo una quarantina di minuti iniziamo a scorgere delle lucine nel mare buio. È la Elpis. Sgrano gli occhi astigmatici per metterla a fuoco bene, per scorgere i dettagli di cui sono amante. Quelle idee, ansie, aspettative non sono più solo nella mia testa; si son fatte spazio alla bocca dello stomaco, accelerando piacevolmente il battito cardiaco. Non vedo l'ora di arrivare al molo. Gli ultimi minuti sembrano interminabili ma finalmente ci siamo. Apro la portiera e sento l'odore del mare ma contemporaneamente anche le onde, un po' "troppo rumorose", che si infrangono sul molo. La preoccupazione incalza per questo beccheggiare della tanto desiderata nave e ho conferma, praticamente subito, che avrei sofferto per questo. I primi passi sembrano quasi quelli di chi ha bevuto un bicchiere di troppo: impacciati e goffi. Conosciamo Jhon ed Afful rispettivamente marinaio e capitano, gli angeli custodi di questa nostra esperienza. Sguardo veloce alle diverse cabine: c'è la cucina, due bagni e la zona letto. Entriamo, posiamo le valigie e cerco lo sguardo di Francesco; non voglio esprimermi a parole per non destare preoccupazione ma è bastato incrociarlo per un attimo che mi dice: "si muove troppo". Preoccupata, ma un po' sollevata di non essere l'unica a soffrire per questo, mi metto a letto. Chiudo gli occhi e il mondo sembra iniziare a girare vorticosamente. Lì capisco che sarebbe stata una nottata poco rigenerante e mi addormento pensando ad una possibile soluzione; siamo venuti fin qui per lavorare e non sarà questo a fermarci!

Sono quasi le sei del mattino e a svegliarmi, oltre alla luce del sole, è un vociare indistinto che sembra molto vicino. Incuriosita mi sporgo dall'oblò e scorgo una ventina di pescatori con le loro piroghe tutte attorno alla nave. Resto rapita e mi fermo qualche minuto a guardare, poi lo stomaco reclama attenzione e questa volta non è l'emozione ma semplicemente mal di mare. Mi rimetto giù, poi decido di alzarmi. Francesco si sveglia nauseato anche lui, questo mi preoccupa. Ci vuole una soluzione.

Ci siamo attivati subito anche grazie all'aiuto di Tiziano che, con tanta pazienza e disponibilità, ha iniziato a cercare contatti per darci la possibilità di lavorare in una struttura locale. Scendendo in stiva per fare un check della strumentazione e dei materiali ci siamo subito resi conto che non saremmo riusciti a lavorare accompagnati dal continuo ondeggiare della nave.

La giornata trascorre in attesa di autorizzazioni, condita dalla frustrazione di volere e non poter fare, di non poter aiutare tutte quelle persone che, appena saputo della nostra presenza, sono accorse al molo fin dalle prime ore del mattino. Con la difficoltà di chi non parla la stessa lingua e la desolazione che ci pervade spieghiamo che avremmo dovuto rimandare ai giorni seguenti gli appuntamenti.

È sabato pomeriggio, finalmente tiriamo un sospiro di sollievo, abbiamo le autorizzazioni per il centro di salute proprio lì nel distretto di Neves oltre che ad un posto per dormire sulla terra ferma. Sembra che finalmente tutti i tasselli vadano al loro posto, non resta che spostare le attrezzature necessarie ed iniziare.

Allestiamo nel miglior modo possibile una piccola stanzetta senza finestre e poco ariosa, ma siamo così desiderosi di attivarci che ci va bene tutto. Non avendo però fatto i conti con la vicinanza dell'equatore tralasciamo il fatto che la sera arriva presto, quindi non ci resta che ritornare l'indomani per iniziare.

È domenica. Durante il tragitto che porta dal resort di Tiziano, dove passiamo la notte, al centro del villaggio, notiamo che la strada, popolatissima nei giorni precedenti, è ora praticamente deserta. Ci viene spiegato che la domenica per i locali è un giorno sacro dedicato al riposo e alle manifestazioni religiose. Questa notizia ci lascia un po' interdetti, le persone verranno? Al centro la risposta arriva subito e per fortuna è quella che speravamo, in sala d'attesa ci sono già i primi pazienti.

Emozionati entriamo nel piccolo studietto, camici e via. Si parte.

Il capitano, ormai popolare sul posto, ha stilato una lista d'attesa e ci indica il primo paziente. Si accomoda e noi iniziamo a testare il nostro portoghese che, un po' scricchiolante ci permette di comunicare e, finalmente, dare inizio a questa avventura.

Trascorrono pochi minuti e già capiamo che non sarebbe stato facile: l'aspiratore non vuole saperne di collaborare e con mia grande sorpresa, scopro che gli africani hanno dei denti davvero ben “radicati”.

La giornata scorre veloce, siamo accaldati e un po' stanchi, io personalmente ho anche un po' fame. Francesco mi incoraggia: "dai fino a quando abbiamo pinze e leve continuiamo". Sgranchisco un po' le gambe indolenzite, faccio un respiro profondo, come per raccogliere tutte le energie rimaste, e andiamo avanti. Sono le 18:30, il sole inizia a tramontare e ancora più stanchi ci dirigiamo alla nave per sterilizzare lo strumentario, facendo due passi per l'unica stradina del distretto. Al momento non saprei descrivere cosa provo, ci sono diverse emozioni, alcune un po' contrastanti che mi pervadono. La parziale soddisfazione di aver iniziato finalmente a fare qualcosa e la preoccupazione, mista a frustrazione, per lo strumentario a disposizione. E se domani continuerà a non funzionare? E se non riusciamo a curare tutti?

Questi pensieri vengono spazzati via in un secondo, non appena alzo lo sguardo e dal molo vedo un tramonto spettacolare. Che pace. Si dipinge sul mare e nei nostri cuori stanchi.

Segunda-feira, ormai siamo grandi esperti della lingua locale e il lunedì sembra quasi più carino detto in portoghese. La sala d'attesa oggi è bella piena, ci aspetta sicuramente un'altra giornata impegnativa ma siamo carichi. Il tempo scorre veloce, salvo qualche estrazione più complessa durante la quale sembra arrestarsi. Resto con lo sguardo fisso su quella pinza come se con esso potessi aiutare Francesco ad estrarre quel dente. Gronda di sudore ma non si arrende, fremo e mettendo in disparte il mio ateismo mi appello a qualsiasi dio, divinità o entità aliena che possa aiutarlo. Niente. Non ne vuole sapere. Decide di effettuare odontotomia e osteotomia, ormai mi sento anche un'esperta con questi termini altisonanti, e dopo qualche minuto è fatta. Sollievo.

Era l'ultima estrazione della giornata, il paziente era un ragazzo di circa vent'anni. Francesco dopo aver posizionato dei rulli salivari per bloccare il sanguinamento esce a prendere una boccata d'aria chiedendo al paziente di restare ancora qualche minuto. Io inizio a mettere a posto la strumentazione e mi accorgo che il ragazzo si sta alzando. Gli dico di aspettare ma senza ascoltarmi e soprattutto senza scarpe, che tutti in segno di rispetto tolgono prima di accomodarsi, scappa via correndo. Raggiungo l'uscio della porta, cerco Francesco con lo sguardo e in un misto tra incredulità e preoccupazione gli dico che il ragazzo è scappato. Non sa che dire, un po' ad entrambi viene da sorridere ma decidiamo di aspettare qualche minuto.

Precisamente tre minuti dopo il ragazzo riappare, ha in mano un sacchetto di plastica con dentro due lattine di aranciata che ci porge. E con l'aiuto di Valdemiro, altro amico di questo viaggio, che traduce per noi qualche parola in francese, capiamo che erano per ringraziarci della fatica e del sudore.

Un brivido mi percorre la schiena, sento gli occhi riempirsi di lacrime e inizio a sorridere senza riuscire a smettere. Ci ho pensato per ore a quel gesto e anche tutta la notte seguente, mi sono sentita in un modo difficile da descrivere. Quelle due lattine erano costate un giorno intero di lavoro e lui le porgeva a noi sorridente, come un piccolo trofeo di cui andava fiero. Di fronte ad un gesto cosi mi sono sentita piccola e immensamente grata.

Ed è così che Osvaldo ha deciso di venirci a trovare tutti i giorni, a volte con un frutto in regalo altre volte tenendoci semplicemente compagnia lungo il tragitto che ci portava alla nave. Una cosa è certa, non c'è stato attimo in questa esperienza in cui ci siam sentiti soli, anzi... Sempre in buona compagnia.

I giorni scorrono veloci, si alternano i pazienti. Noi siamo quasi diventati una macchina da guerra capace di affrontare ogni difficoltà: dalla mancanza di corrente elettrica al dente più resistente. Nulla ci fa più paura. Questo posto iniziamo a sentirlo anche un po' nostro. Siamo divertiti quando, camminando per strada, riconosciamo i pazienti che ci salutano calorosamente, o li troviamo alla nave ad attenderci solo per scambiare quattro chiacchiere, spesso utilizzando due lingue diverse.

Questo posto mi piace: è vivo, caotico e tanto polveroso ma nonostante la grande differenza con la mia terra, qui mi sento a casa.

Ultimo giorno.

Apro gli occhi e sento già il peso di questa partenza. Oggi non lavoriamo, passiamo al centro di salute per riprendere tutte le attrezzature e riportarle in nave. Durante il tragitto che ci porta lì cerco di guardare i volti che incrociano il mio cammino, voglio memorizzarli tutti e voglio scorgerne qualcuno conosciuto. Voglio poterli salutare tutti o forse, in realtà, non vorrei mai doverlo fare.

Anche il capitano si accorge che siamo diventati più taciturni, la tristezza diventa palpabile. Ultima occhiata. È tutto al suo posto. Possiamo andare. Saliamo in macchina, le valigie sono nel portabagagli. È tutto pronto, solo io non lo sono affatto. Indosso gli occhiali da sole per nascondere le lacrime che non riesco a trattenere e sento che questo posto già mi manca. Chiudo gli occhi e mi rifiuto di guardarmi attorno perché non riesco a vedere il piccolo e ridente villaggio allontanarsi.

Ancora un altro salto, questa volta non nel vuoto ma verso casa con il mal d’Africa nei cuori, che pare dicano, ci accompagnerà per tutta la vita, o più semplicemente fino alla prossima missione!

Dati Tecnici Progetto

Continente

AFRICA

Paese

MADAGASCAR

Località

COSTA NORD-OCCIDENTALE

Inizio Progetto

2015

Durata

7 ANNI (rinnovabili)

Stato Progetto

ATTIVO

Responsabile Progetto

MARIO ROSATI

Costo Progetto

15.000€

Contatto

mariorosati@smom.care




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